Claudio – Croce Azzurra di Porlezza

Claudio

Volontario della Croce Azzurra di Porlezza, dalla – come la definisce lui – «età matura, così matura che sono già caduto dall’albero»

Scambiare due parole con lui equivale a parlare con un brillante uomo dalla voce talmente piena di entusiasmo che probabilmente sarebbe in grado di tenere senza difficoltà un’orazione di una giornata intera al centro di una piazza affollata, e tutti penderebbero dalle sue labbra. Ma chi è veramente quest’uomo?

Una Guardia di Finanza che ha continuato a fare ciò che più gli piace anche dopo la pensione: impegnarsi in qualcosa. Ebbene sì, perché come dice lui non si diventa volontari solo per «aiutare il prossimo» o per qualche «dovere cristiano»; difatti, Claudio evidenzia in questo ruolo proprio il «farlo con spensieratezza».

Quella stessa spensieratezza che lo ha spinto ad accettare – più o meno 25 anni fa – la proposta di un volontario della Croce Rossa di Valsolda che gli disse solamente: «Vieni qua che ci abbiam bisogno». Inizialmente lo fece per «fare un favore a questo amico» ma di anno in anno e «di storia in storia» ha finito per l’appassionarsi ad un mondo che poi ha fatto suo dopo che la propria vita lavorativa si è conclusa.

Il passaggio dalla Croce Rossa alla Croce Azzurra di Porlezza è avvenuto praticamente in concomitanza alla fondazione di quella nuova sede. Sentirlo parlare di quel periodo è un po’ come entrare in un’altra dimensione, un tuffo nel passato, con la sua briosità a fare da salvagente.

Briosità, sì, ma anche molta saggezza.

«Allora non c’era ancora l’ospedale di Menaggio, portavamo le persone a Como o a Gravedona. I servizi venivano dalla montagna ma noi ci rendevamo sempre più conto che serviva un’ambulanza anche nelle vicinanze di Porlezza. Le zone lì sono difficili da raggiungere, molti di noi si sono impuntati. Abbiamo provato in ogni modo a far capire che il soccorso doveva allargarsi. Quando la Croce Azzurra ha aperto i battenti a Porlezza, ho preso la mia decisione».

E cosa significa per lui la Croce Azzurra oggi?

«Senso di aggregazione. La vita dell’Associazione non è il turno che fai quella volta a settimana e poi torni a casa. La Croce Azzurra io la vivo quasi più al di fuori delle sue mura: è il ritrovarsi con gli altri volontari al bar o organizzare una spaghettata per scambiare due chiacchiere tra risate e compagnia».

Claudio è sia soccorritore 118 che volontario sui servizi di accompagnamento per bambini, persone disabili e persone anziane; in particolare quest’ultimo ruolo è stato assunto da lui in prima persona per poter essere di riferimento ad un impegno fisso quale è quello dell’Autista di un pulmino che accompagna alcuni ragazzi diversamente abili da Porlezza a Tavernerio.

Analizzando tale figura, non nasconde che impiegare il proprio tempo nei servizi di accompagnamento «ti avvicina molto di più alla persona, ne vivi la storia, quasi entri nel suo “intimo” e quando ti viene regalato un sorriso non c’è cosa che ti soddisfi di più. L’approccio è diverso, meno meccanico, puoi usare al massimo la tua personalità con il risultato di far stare bene qualcun altro.»

E per quanto riguarda il 118?

«Detesto il suono delle sirene, quando scendi dall’ambulanza ti resta quel rumore assordante nelle orecchie per ore» esordisce divertito, ma con un po’ di attenzione – nel modo in cui pronuncia quella frase – ci si riesce a leggere qualcosa di più.

Vi si può intravedere dedizione, «brivido», anni di esperienze, di vittorie ma anche di sconfitte. Perché come sentenzia poco dopo: «Dobbiamo metterci in testa che non siamo degli angeli». E qui per un attimo ci zittiamo entrambi, perché probabilmente non c’è niente di più vero.

«Possiamo dare un aiuto, ma non siamo degli angeli» ribadisce.

«Ci sono delle volte in cui fai di tutto, volte in cui ti ritrovi a promettere a delle persone che salverai i loro cari ma non ci riesci, e ti senti indebolito, presuntuoso… addirittura impaurito.»

È per questo che arrivati a questo punto, la sua attenzione si focalizza tutta su un unico concetto che ci tiene a ribadire più volte al mondo intero (o – se potesse – anche a quella piazza gremita di persone che sono certa lo ascolterebbe dall’inizio alla fine).

«Fare un corso di primo soccorso presso le Associazioni di volontariato come la Croce Azzurra non deve essere visto come un vincolo, un: “Adesso sei entrato, non ne esci più. Ci devi il tuo tempo”. Bisogna capire che invece è fondamentale formarsi per poter agire tempestivamente su un nostro caro, conoscente o anche solo sconosciuto che di colpo si sente male di fronte a noi. Perché sono quei primi secondi a fare la differenza. Quei primissimi istanti sono il momento più importante, ancor prima che arrivi l’ambulanza».

Il messaggio di Claudio quindi diventa ancora più chiaro: «L’associazione è avvicinamento, il vero richiamo dei volontari deve essere “aiuta te stesso per aiutare gli altri”».

E credo che la dimostrazione risieda nel fatto che, sebbene lui come tanti altri portino ogni giorno con sé esperienze difficili da dimenticare, alla mia ultima domanda:

“Ne vale la pena”? La sua risposta è solo una.

«Sì, ne vale sempre la pena.»

Claudio è la Croce Azzurra.